Celivo, Storie di Volontariato. In strada con Afet Aquilone: “Essere volontario per me vuol dire esistere” – Babboleo

Celivo, Storie di Volontariato. In strada con Afet Aquilone: “Essere volontario per me vuol dire esistere”

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GENOVA – Qualcuno forse ne ha memoria. L’estate scorsa le piazzette del centro storico diventavano salotti. C’erano divani, sedie, tavolini e la gente si sedeva a parlare. Adesso fanno lo stesso, ma al posto di chiamare l’iniziativa “Divani in piazza” la chiamano “Il Libro Parlante“, dove i “libri” sono gli altri, che sfogliano le pagine della propria vita e conferiscono loro la parola. Sono libri che dovremmo leggere perché sono persone che dovremmo essere capaci di ascoltare. Sono tossicodipendenti, quegli “invisibili” che nelle piazze finiscono ad abitarci. Ed è giusto ascoltarli, ed è giusto parlarne. Sono alcuni dei momenti che l’associazione Afet- Aquilone Onlus crea, prendendo anche parte al Patto di Sussidiarietà per i tre Sestieri – Prè, Molo, Maddalena. L’associazione, nata nel 1981 da un gruppo di famiglie, prendeva il nome di “Associazione di famiglie per la lotta contro l’emarginazione giovanile e la solidarietà ai tossicodipendenti”. Il nome è poi stato compresso in Afet-Aquilone, ma la versione precedente è già esemplificativa dell’azione dell’associazione, che negli anni si è espansa anche ad altro. È anche una delle tante realtà che Celivo supporta. Il Centro di servizio per il volontariato che opera in Città Metropolitana di Genova da ormai venticinque anni, affianca le organizzazioni con servizi di consulenza, promozione, orientamento e formazione.

Nasciamo come un movimento dal basso, di persone comuni e semplici che volevano interagire su problemi relativi al contagio di droga, qualsiasi cosa colpisse i giovani in quel periodo, negli anni ‘80” – lo racconta Miriam Cancellara, presidente di Afet-Aquilone. Uno slancio sociale che si è trasformato in servizio. Dopo oltre quarant’anni di presenza solida sul territorio, l’assistenza di Afet raggiunge non solo chi soffre di una tossicodipendenza, ma anche chi, per i motivi più diversi, vive per strada. E ancora, supporta le famiglie in difficoltà per via della povertà dilagante e accompagna i singoli individui alla ricerca di un lavoro.

Miriam Cancellara a Radio Babboleo

I 78 volontari di Afet operano su tre binari: terapeutico, di reinserimento sociale e formativo. Fondamentale è il Comitato Scientifico che, oltre a supportare i tre vettori di azione, mette in campo la sua professionalità tramite seminari che spaziano dalla sanità all’indigenza. E non si trascura nulla, attenzione anche al benessere fisico ed emotivo: nella sede di via Galata, Afet sta allestendo uno spazio chiamato, per l’appunto, “Spazio Benessere” dove poter praticare Yoga, Tai Chi e altre discipline che uniscono l’equilibrio fisico a quello spirituale.

Afet nasce proprio con l’obiettivo di concedere un’occasione di risanamento. La nostra comunità terapeutica, su un monte a Sant’Ilario, da esperimento residenziale si è trasformata in semi-residenziale” – spiega Miriam – “Le persone arrivano al mattino, vengono avviate verso il mondo del lavoro con piccole attività e la sera tornano a casa“. È un modo per indicare la via d’uscita a chi soffre di una dipendenza. Nel 2023, 38 persone hanno frequentato la comunità, oltre a 25 altre persone inviate dal Serd (Servizio per le Dipendenze).

Quello di Afet è un movimento dal basso, anche per quel che riguarda la vita di strada. “Un filone che sviluppiamo già dai primi anni 2000 è quello delle Unità di Strada” – spiega la presidente – “Un furgone che gira la notte“. Sotto la lente dei volontari, le vittime di tratta che vengono condotte in Italia con la scusa di un lavoro per poi essere sfruttate, anche sessualmente. I volontari hanno incontrato 25 di loro, ad alcune sono stati trovati degli alloggi protetti. L’anno scorso i furgoni di Afet sono entrati in contatto con oltre 3000 persone. Non manca poi l’attenzione ai giovani: nello Spazio 21 si agisce sulla prevenzione, rivolgendosi ai ragazzi dai 14 ai 21 anni che assumono sostanze saltuariamente. I volontari raggiungono anche My Space, la comunità semi-residenziale gestita dal Serd dedicata ai giovani tra i 14 e i 24 anni.

L’altro filone è quello della “Bassa Soglia“. Anche le Unità di Strada ne fanno parte, ma qui l’azione è rivolta a chi è in difficoltà economica. In vico della Croce Bianca ci sono docce, spuntini, caffè e pacchi alimentari. E per chi ha bisogno, anche consulenza legale e visite mediche. Afet si trova anche nell’Asilo Notturno Massoero dove sono presenti una mensa e posti letto, ma questi spesso non bastano per tutti. Lo spiega Miriam: “Ci è capitato di dover lasciare qualcuno fuori perché non c’era più posto, il Massoero ha avuto oltre 4000 pernottamenti“. Un numero esorbitante per Genova, e anche spaventoso.

E poi c’è la formazione. Scuole di italiano per stranieri, formazione preventiva sui rischi delle dipendenze nelle scuole e oltre 30 corsi per agevolare l’accesso al mondo del lavoro. Gli altri imparano, ma impara anche chi opera per Afet. Si può svolgere il Servizio Civile e, come Ente di Formazione Professionale, offre anche la possibilità di svolgere presso le sue sedi il tirocinio.

Aquilone vive così le persone e le loro storie, costruendo, anche assieme ad altre realtà, il Centro Storico. E se le persone sono mattoncini, il loro collante diventa l’ascolto. Nel Tavolo di Mediazione dei tre Sestieri, cittadini e associazioni dialogano con lo scopo di migliorare la vivibilità dei quartieri.

Ascoltare, accogliere e prevenire. Afet-Aquilone lo fa da quarant’anni. “Parlare abbatte le barriere” – riflette Miriam – “Dall’altra parte non si ha un nemico, ma qualcuno che vive un periodo diverso dal tuo. Se accolti, il percorso di guarigione diventa più facile. Io non potrei pensare alla mia vita pensando solo a me, per me essere volontari significa esistere“.

Ascolta l’intervista completa a Miriam Cancellara, presidente dell’Associazione Afet-Aquilone, su Radio Babboleo.

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