Giorno della Memoria, la Liguria non dimentica: sarebbe una colpa

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Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita…la nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire.

Questo passo, tratto dalle memorie di Luis Buñuel Portolés, regista e sceneggiatore spagnolo, pone grandi interrogativi: che vita è, una vita senza memoria?

Proprio come la vita di un uomo, la società ha bisogno di memoria: attraverso il passato, la Storia – quella con la S maiuscola – si vive il presente e si progetta il futuro. Una società è tale quando ha memoria, consapevolezza di sé, propriocezione. L’uomo solo grazie alla propriocezione avverte il corpo come veramente suo, di sua proprietà. Così una società. Perché essa è formata da un corpo – costituito nel corso della Storia – da cronaca e pensiero.

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria per ricordare le vittime della Shoah, ma anche l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz e la liberazione del più grande campo di sterminio nazista, avvenuta nel 1945. Dopo 76 anni oggi siamo qui a ricordare, perché quei fatti ci riguardano, ci interessano. Quei fatti fanno parte di noi, nessuno escluso.

Anche la Liguria è chiamata a rispondere. La nostra regione è stata penetrata, sconquassata e fratturata dalla follia nazifascista.

Secondo quanto emerge dal libro “Una gioventù offesa. Ebrei genovesi ricordano” a cura di Chiara Bricarelli e pubblicato nel 1995, il censimento del 1938, anno di entrata in vigore delle leggi razziali, in Liguria risultavano iscritti nei registri comunali 2.263 ebrei residenti, cui andavano aggiunti 350 ebrei stranieri provenienti dalla Germania e dall’Est europeo.

La maggior parte dei racconti degli ebrei e delle ebree sopravvissuti alle persecuzioni nazifasciste partono dalle retate che vennero compiute a Genova nel novembre del 1943 in coincidenza con il consolidarsi dell’occupazione nazista e con l’apertura a Fossoli, vicino a Carpi, di un campo di raccolta speciale per gli ebrei. Nel solo giorno del 1º dicembre circa cento ebrei furono arrestati a Genova e in altre località della Liguria per essere concentrati nel carcere di Marassi prima di essere trasferiti su un carro merci a Milano ed essere poi deportati cinque giorni dopo ad Auschwitz.
In totale, fra il 1943 ed il 1945 furono arrestati a Genova e in Liguria, per essere deportati nella Germania nazista, circa 238 cittadini di religione ebraica, dieci dei quali soltanto riuscirono a sopravvivere ai campi di concentramento e di sterminio.

In particolare parte di ciò che accadde nel Levante, tra il Golfo Paradiso e il Tigullio, è ben dettagliatamente descritto nel recente libro di Bartolemeo Berto Solari e Giorgio Getto Viarengo, “Deportati. Dimenticare sarebbe una colpa. La deportazione politica dal Tigullio- Golfo Paradiso”.

La ricerca dei due esperti di storia locale, si concentra su Rapallo, Santa Margherita Ligure, Portofino, Camogli, Chiavari (e non solo) – oggi conosciute da milioni di italiani per le vacanze al mare, località turistiche per eccellenza – veri e propri teatri di arresti, torture e deportazioni negli anni dell’occupazione nazista.

Una stagione di violenze che oggi fatichiamo a immaginare, ma di cui dobbiamo assolutamente avere consapevolezza, non perché ciò non accada più – perché è possibile che riaccada – ma perché dobbiamo essere in grado di riconoscerlo e combatterlo nel momento in cui si ripresenta, spesso sotto mentite spoglie.

Solari e Viarengo si concentrano su figure inedite: deportati politici, uomini e donne che furono rinchiusi nei campi di concentramento “per la sola regione di non condividere l’idea nazi-fascista, per essersi ribellati ai suoi progetti, per non volere rinunciare alla proprie libertà e per la loro volontà di costruire una grande speranza di nuova civiltà”.

Nell’elenco dei nomi presentati, spicca quello di Padre Luigi Pinamonti e la sua storia “La mia prigionia in Germania”. Pinamonti, di origini sudtirolesi trapiantato a Chiavari, fu attivo nella solidarietà verso i fuggiaschi di fronte ai fascisti e nazifascisti, e per questo arrestato e deportato nel campo di Dachau. Tornato dal Lager, ha raccontato l’esperienza per iscritto.

Nella storia di Pinamonti, come in quelle di molti altri deportati, c’è un aspetto, tra tanti, che invita alla riflessione: l'”incapacità” da parte loro di prevedere e rendersi davvero conto di ciò che stesse accadendo; una percezione al di sotto della drammatica realtà; non sapere fino a che punto potesse arrivare la brutalità nazista. Per esempio quando le SS distribuivano ai prigionieri il sapone e li invitavano a entrare all’interno di una grande stanza, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che fosse una messa in scena e che fossero in realtà spinti all’interno delle camere a gas.

Ecco, quella sottovalutazione del pericolo – certamente da ben contestualizzare – è la stessa in cui noi, eredi di quella tragedia, non dobbiamo assolutamente rischiare di cadere. Mai sottovalutare il razzismo, le offese gratuite verso il diverso – chiunque esso sia – perché la Storia insegna che la Storia si ripete. Per questo è importante ricordare, avere memoria, porre attenzione ai fatti, ai pensieri e alle parole.

Il razzismo oggi esiste, come ha dichiarato Liliana Segre nell’ambito di una conferenza sul Giorno della Memoria; aspetta solo il momento e il contesto giusto per attecchire.

Dimenticare sarebbe una colpa.

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