Genova in piazza contro il taglio dei fondi disturbi alimentari: “serve una risposta strutturale” – Babboleo

Genova in piazza contro il taglio dei fondi disturbi alimentari: “serve una risposta strutturale”

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Anche la città di Genova in prima linea contro il taglio del Governo Meloni ai fondi per la cura dei disturbi alimentari. Un taglio da 25 milioni di euro che è rientrato parzialmente con un dietro-front per circa 10 milione, ma che costringerebbe così le famiglie a pagare di tasca propria esami e interventi dedicati, proprio in un momento in cui i casi sono in continuo aumento.

Alle 15,30 davanti alla Sede della Prefettura, famiglie, associazioni e studenti in protesta soprattutto per riaccendere i riflettori su una tematica che risulta essere ancora ignorata dalla politica italiana. “Giornata di rivendicazione non tanto per il taglio al fondo ministeriale, perchè è stato rimesso un cerotto che era stato tolto a un malato che però è in condizioni gravi e rappresenta 3 milioni e mezzo di casi in Italia, 4 mila morti annui e necessita cure appropriate che non possono essere esclusivamente quella della psichiatria” – racconta ai microfoni di Radio Babboleo Stefano Tavilla, fondatore e presidente dell’associazione Mi Nutro di Vita, associazione no-profit nata in Liguria per sensibilizzare a livello nazionale la tematica dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) – “chiediamo che venga applicata la legge promulgata due anni fa che sancisce l’autonomia per queste malattie all’interno dei livelli essenziali di asssistenza (LEA), scorporandole così dalla macro-area della salute mentale dove attualmente si trovano“.

In Liguria oltre 1500 pazienti in carico al servizio sanitario pubblico per questo tipo di problematiche, con tanto di infinite liste d’attesa anche solo per avere una prima diagnosi. “Numeri costante aumento soprattutto dopo la pandemia, con un incremento dei primi casi del 40%. Non possiamo accontentarci di toppe, abbiamo bisogno di qualcosa che guardi al futuro in maniera strutturale” – continua Tavilla – “ancora c’è un grosso problema culturale su queste malattie e bisogna chiamarle con il loro nome, perchè un disturbo non porta alla morte“.

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